
“Mentri ca Bettu Ammareddu s’immergeva, pi ricupirari l’oru di l’amuri, u mari u so sigretu ci uffriva: un ramu d’oru russu e di splenduri.” — Vincenzo Licata
(Mentre Bettu Ammareddu s’immergeva per recuperare l’oro dell’amore, il mare gli offriva il suo segreto: un ramo d’oro rosso e di splendore).
C’è un legame sottile e indissolubile che unisce l’arte del corallo alla poesia: entrambi nascono dagli abissi, richiedono pazienza per essere portati alla luce e hanno bisogno di mani sapienti per diventare eterni. Per noi di Nocito, raccontare il corallo di Sciacca significa inevitabilmente rendere omaggio a chi ha saputo dare voce al mare con le parole, proprio come noi cerchiamo di fare con l’oro e le gemme. Parliamo di Vincenzo Licata, il poeta del mare, l’uomo che ha saputo trasformare il dialetto saccense in una sinfonia di salsedine e mito.
Nelle sue rime, il mare non è solo uno sfondo, ma un protagonista vivo, a tratti generoso e a tratti crudele. Ed è proprio tra i versi di Licata che brilla, con una luce malinconica e leggendaria, la figura di Bettu Ammareddu.
La leggenda narra di questo giovane pescatore che, in un giorno come tanti del 1875, si ritrovò a fare la scoperta che avrebbe cambiato per sempre il destino di Sciacca. Si dice che Bettu, nel tentativo di recuperare una catenina d’oro caduta in mare — pegno d’amore per la sua amata — s’immerse profondamente, riemergendo non con l’oro, ma con un ramo di una sostanza scura, informe, quasi magica. Aveva appena scoperto il primo dei banchi di corallo che avrebbero reso la nostra città la capitale mondiale dell’oro rosso.
Vincenzo Licata ha saputo cristallizzare questo momento di meraviglia pura, trasformando il gesto di un pescatore in un atto mitologico. La sua poesia ci ricorda che il corallo di Sciacca non è solo un materiale prezioso, ma è il frutto di un incontro tra l’uomo e l’ignoto, tra il coraggio e la fortuna. È una storia di sguardi rivolti verso l’orizzonte, lo stesso sguardo che la nostra famiglia, i Nocito Di Giovanna, mantiene vivo ancora oggi.
Custodire la leggenda di Bettu Ammareddu attraverso le pagine del nostro Museo del Corallo significa onorare la memoria di Licata e di tutti quegli uomini che hanno visto nel mare non un confine, ma una risorsa infinita. Ogni volta che modelliamo un frammento di corallo, sentiamo l’eco di quei versi e il respiro di quel mare che Bettu sfidò per amore. Perché, in fondo, il gioiello più prezioso è quello che riesce a raccontare una storia, e la nostra storia affonda le radici proprio lì, tra la poesia di un uomo e il sogno di un pescatore.

