
Se esiste un elemento naturale capace di confondere i confini tra regno minerale, vegetale e animale, questo è il corallo. Definito per millenni l’”albero di pietra”, esso ha attraversato la letteratura italiana non come un semplice ornamento, ma come un protagonista mutante: ora amuleto magico, ora metafora di sensualità, ora simbolo di una fatica millenaria legata agli abissi.
Il legame tra l’immaginario italiano e il corallo affonda le radici nel mito classico, filtrato dalla sensibilità dei nostri primi autori. La letteratura ha guardato al corallo principalmente attraverso il racconto di Ovidio, che nelle sue Metamorfosi ne narrava la nascita dal sangue della Medusa. Quando Perseo appoggiò la testa recisa della Gorgone su un letto di alghe, il sangue pietrificò le piante marine, tingendole di un rosso eterno.
Questa immagine di “sangue vivo fatto roccia” ha influenzato profondamente il Medioevo. Nei testi dei primi secoli e nei lapidari, il corallo non era solo un gioiello, ma un simbolo di protezione. Veniva associato alla Passione di Cristo: un legno che, come la Croce, si colora di sangue per diventare eterno. Dante e i poeti del Dolce Stil Novo ne conoscevano la valenza sacra, vedendo nel ramoscello marino un riflesso della doppia natura della vita: la fragilità della carne e la durezza della fede.
È nel Seicento che il corallo conquista definitivamente il centro della scena, diventando il cardine del canone estetico italiano. Per i poeti barocchi, ossessionati dalla meraviglia e dall’artificio, il corallo era il materiale perfetto: una creatura ibrida che sfidava le classificazioni.
Giambattista Marino, il maestro del Barocco, lo utilizza per costruire immagini preziose dove la natura sembra imitare l’oreficeria. Celebre è la sua capacità di trasformare il corpo femminile in un tesoro minerale, dove le labbra smettono di essere pelle per farsi materia preziosa:
“In bel purpureo coro / di vivi coralli il labbro pinge, / e di perle distinte un bianco vallo / chiude in bel recinto il suo corallo.”
In questi versi, la bocca non è più solo una parte del corpo; è un “coro” di colori, una barriera preziosa che custodisce il segreto della bellezza. Anche Torquato Tasso, con una sensibilità più malinconica ma altrettanto visiva, scriveva:
“E ne le labbra, onde esce sì dolce forma / di parole, il corallo e la porpora s’intende.”
Qui il corallo non è solo colore, ma la sostanza stessa da cui nasce la parola, legando l’eloquenza alla nobiltà del materiale.
Con l’avvento dell’Ottocento, il corallo scende dai piedistalli della poesia cortese per sporcarsi di sale e fatica. Nelle pagine di Giovanni Verga, il corallo assume un valore sociologico profondo. Non è più la bocca della ninfa, ma la dote delle donne di mare, l’oggetto di un commercio spietato che può cambiare le sorti di una famiglia.
Ne I Malavoglia, i gioielli di corallo sono indicatori di dignità sociale. Possedere una collana di “oro rosso” significa aver vinto la battaglia contro la miseria. In questa letteratura, il rosso non richiama più il mito della Medusa, ma il sangue vivo dei pescatori che hanno sfidato le tempeste. Il corallo diventa il simbolo di una ricchezza faticosa, strappata al buio degli abissi per essere esposta al sole delle feste di paese.
Nel secolo scorso, la letteratura italiana ha operato l’ultima, affascinante trasformazione. Poeti come Eugenio Montale hanno spogliato il corallo della sua lucentezza esteriore per farne un emblema esistenziale. Il corallo diventa il simbolo di ciò che resiste all’erosione del tempo: un frammento duro, colorato e ostinato che emerge dai flutti della memoria.
Nelle sue poesie, il corallo è spesso un detrito marino che porta con sé un messaggio di sopravvivenza. Anche nella narrativa più recente, come nel celebre romanzo Francesca e Nunziata di Maria Orsini Natale, la lavorazione del corallo a Torre del Greco viene descritta come una vocazione quasi mistica:
“Il corallo è il sangue del mare, e chi lo lavora sa che sta maneggiando un mistero che viene dal buio per splendere al sole.”
Qui il corallo chiude il cerchio: torna a essere sangue, torna a essere mistero, ma si fa anche storia industriale e identità di un intero popolo.
Dal mito di Perseo alle “pietre vive” dei moderni, il corallo rimane l’elemento più ambiguo della nostra tradizione letteraria: una materia che, pur essendo immobile come la roccia, continua a pulsare attraverso i secoli, ricordandoci che la bellezza più profonda nasce spesso dalla capacità di resistere, solidificandosi, alla furia degli elementi.

